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L'ECOLOGIA INTEGRALE, Riflessioni sulla Laudato Sii

Discorsi di padre Bernard, Superiore del convento e della fraternità inter-obbedienziale di Emmaus

 

 

 

Nel primo capitolo dell’enciclica viene trattato l’argomento: l’ambiente come la casa inquinata e la cultura dello scarto. Quello che sta accadendo nella nostra casa, tratta della cultura dello scarto, dell’inquinamento, dei cambiamenti climatici, della distruzione senza precedenti degli ecosistemi con gravi conseguenze per tutti noi e si occupa della questione dell’acqua potabile, “diritto umano essenziale”; del deterioramento della qualità della vita umana e della degradazione sociale. E qui Papa Francesco chiede ai responsabilità di guardare agli effetti del cambiamento globale che portano a l’esclusione sociale, l’aumento della violenza, il consumo crescente do droghe, la perdita di identità. Queste situazioni provocano i gemiti di sorella terra, che si uniscono ai gemiti degli abbandonati del mondo, con un lamento che reclama da noi un’altra rotta.

 

    Nel capitolo seguente, Francesco invita a considerare l’insegnamento biblico sulla creazione e ricorda che la scienza e la religione, che forniscono approcci diversi alla realtà, possono entrare in un dialogo intenso e produttivo per entrambe e che per risolvere i problemi è necessario ricorrere anche alle diverse ricchezze culturali dei popoli, alla vita interiore e alla spiritualità. Noi non siamo Dio: il Vangelo della creazione. La Bibbia insegna che ogni essere umano è creato per amore, fatto ad immagine e somiglianza di Dio. Noi non siamo Dio. La terra ci precede e ci è stato data, afferma Papa Francesco che l’invito a soggiogare la terra, contenuto nel libro della Genesi non significa favorire lo sfruttamento selvaggio della natura. Siamo chiamati a riconoscere che ogni creatura è oggetto della tenerezza del Padre, che le assegna un posto nel mondo. L’azione della Chiesa non solo cerca di ricordare il dovere di prendersi cura della natura, ma al tempo stesso deve proteggere soprattutto l’uomo contro la distruzione di sé stesso.

    “L’uomo frutto di creazione. L’uomo è “persona”, creato a immagine di Dio. L’uomo è stato fatto per vivere in relazione armoniosa con Dio, con il prossimo, con la terra.  Dio li benedisse e disse loro: “Siate fecondi e moltiplicatevi, riempite la terra; soggiogatela e dominate sui pesci del mare e sugli uccelli del cielo e su ogni essere vivente, che striscia sulla terra Gen. 1, 28. 

 Il termine kâbash in ebraico ha il significato di “mettere il piede su qualcosa” e può assumere, a seconda dei contesti, un significato violento oppure pacifico, nel qual caso indica una semplice presa di possesso. Analogamente il verbo râdâh significa dominare, ma anche regnare, stare a capo e talvolta si applica anche all’atto del pastore di accompagnare o guidare un gregge. 

 Il ruolo dell’uomo “Noi non siamo Dio. La terra ci precede e ci è stata data” (LS 67) La critica dell’antropocentrismo distorto (LS 68) e deviato (LS 69). 

Una presentazione inadeguata dell’antropologia cristiana (…) ha finito per promuovere una concezione errata della relazione dell’essere umano con il mondo. Molte volte è stato trasmesso un sogno prometeico di dominio sul mondo che ha provocato l’impressione che la cura della natura sia cosa da deboli. Invece l’interpretazione corretta del concetto dell’essere umano come signore dell’universo è quella di intenderlo come amministratore responsabile» (LS 117)”[1]. 

    Nel terzo capitolo il Papa sottolinea la radice umana della crisi ecologica, concentrandosi sul “paradigma tecnocratico dominante”. Scienza e tecnologia sono un prodotto meraviglioso della creatività umana, ma non possiamo ignorare che l’energia nucleare, la biotecnologia, l’informatica, la conoscenza del nostro DNA e altre potenzialità che abbiamo acquistato ci offrono un tremendo potere. Anzi danno a coloro che detengono la conoscenza e soprattutto il potere economico per sfruttarla un dominio impressionante sull’insieme del genere umano. Ed è terribilmente rischioso che questo potere risieda in una piccola parte dell’umanità. L’economia assume ogni sviluppo tecnologico in funzione del profitto. La finanza soffoca l’economia reale. Non si è imparato la lezione della crisi finanziaria mondiale e con molta lentezza si impara quella del deterioramento ambientale. In alcuni circoli si sostiene che l’economia attuale e la tecnologia risolveranno tutti i problemi ambientali, allo stesso modo in cui si afferma che i problemi della fame risolveranno semplicemente con la crescita del mercato. Ma il mercato da solo però non garantisce lo sviluppo umano integrale e l’inclusione sociale.

         Nel 1967, lo storico Lynn White Jr. aveva pubblicato sulla rivista «Science» un controverso saggio che esplorava “Le radici storiche della nostra crisi ecologica”. Egli sosteneva che l’origine della crisi fossero semplicemente da addurre ad un concetto biblico secondo cui era volontà di Dio che l’uomo dovesse sfruttare la natura per i propri fini. 

Il cristianesimo sembra aver avuto gran parte di responsabilità in questa visione assolutamente antropocentrica della vita: il mondo è solo un palcoscenico su cui inscenare la storia della salvezza, un luogo in cui gli umani sono al di sopra del resto del creato, non facenti parte di esso.  

L’idea di White, piuttosto che dimostrare l’insensibilità dei cristiani, è che la fondamentale visione cristiana del mondo è adesso inscindibile dalla forma mentis occidentale, permeata “dell’arroganza dell’ortodossia cristiana” e si è radicata a prescindere da qualunque credo, motivo per cui, se il problema è di carattere squisitamente religioso, anche la soluzione dovrà esserlo.

Una volta offerta questa diagnosi, ciò che White intende dimostrare è che in assenza di una visione del mondo più adeguata la crisi ecologica non avrà soluzione, e alla fine non resterà che trovare una nuova religione o ripensare quella vecchia mettendo l’accento, tanto per fare un esempio, sulle idee di San Francesco[2].

L’enciclica esprime una preoccupazione su un uso distorto della scienza e della tecnica, conseguenze di un paradigma riduzione ed efficientista[3].

    Nel quarto capitolo dell’enciclica il Papa sottolinea l’importanza di una ecologia integrale, per combattere la povertà e al contempo prendersi cura della natura. L’analisi dei problemi ambientali è inseparabile dall’analisi dei contesti umani, familiari, lavorativo, urbani e alla relazione di ciascuna persona con sé stessa. Il Papa accenna anche una ecologia sociale, ricordano che diversi paesi sono governati da un sistema istituzionale precario, a costo delle sofferenze della popolazione e si registrano con eccessiva frequenza comportamenti illegali. Esistono normative sull’ambiente, ma non sempre applicate. Il Papa nomina quindi una ecologia culturale, e chiede attenzione per le culture locali. Invita a non pretendere di risolvere tutte le difficoltà mediante normative uniformi, spiega la necessità di assumere la prospettiva dei diritti dei popoli e delle culture, perché l’imposizione di uno stile egemonico di vita legata a un modo di produzione può essere tanto nocivo quanto l’alterazione degli ecosistemi. Il Santo Padre invita ad evitare una concezione magica del mercato, che tende a pensare che i problemi si risolvano solo con la crescita dei profitti.

 

    Di fronte alla crescita avida e irresponsabile che si è prodotta per molti decenni, occorre pensare pure a rallentare un po’ il passo, accettando una certa decrescita in alcune parti del mondo, procurando risorse perché si possa crescere in modo sano da altre parti. Il Papa osserva che il principio della massimizzazione del profitto, che tende ad isolarsi da qualsiasi altra considerazione, è una distorsione concettuale dell’economia e che oggi alcuni settori economici esercitano più potere degli Stati stessi. Osserva anche l’importanza dell’apporto delle religioni nella soluzione dei problemi economici, sociali e ambientali.

 

    Nella enciclica del Papa “Laudato si’’ ci sono delle indicazioni pratiche molto significative e su ciò può fare o di evitare per difendere il creato.

 

    Il Santo Padre suggerisce la riduzione dei gas serra che richiede onestà, coraggio e responsabilità, soprattutto da parte dei paesi più potenti e più inquinanti[4].

 

    Il Papa Francesco invita di interrompere i crediti di emissione. La strategia di compravendita di “crediti di emissione” può dar luogo a una nuova forma di speculazione e non servirebbe a ridurre l’emissione di gas inquinanti[5].

 

    Nel seguente paragrafo ammonisce lo sfruttamento diretto dell’abbondante energia solare richiede che si stabiliscano meccanismi e sussidi in modo che i paesi in via di sviluppo possano avere accesso al trasferimento di tecnologie, ad assistenza e a risorse finanziarie[6].   

 

Occorrono quadri regolatori globali che impongano obblighi e che impediscano azioni inaccettabili, come il fatto che Paesi potenti scarichino su altri Paesi rifiuti e industrie altamente inquinanti[7].

 

 

Per garantire la salvaguardia dell’ambiente e per regolamentare i flussi migratori, urge la presenza di una vera Autorità politica mondiale[8]. 

 

Il crescente problema dei rifiuti marini e della protezione delle aree marine al di là delle frontiere nazionali continua a rappresentare una sfida speciale. In definitiva, abbiamo bisogno di un accordo sui regimi di governance[9].

 

In alcuni luoghi, si stanno sviluppando cooperative per lo sfruttamento delle energie rinnovabili che consentono l’autosufficienza locale e persino la vendita della produzione in eccesso. Questo semplice esempio indica che, mentre l’ordine mondiale esistente si mostra impotente ad assumere responsabilità, l’istanza locale può fare la differenza[10].  

 

La società, attraverso organismi non governativi e associazioni intermedie, deve obbligare i governi a sviluppare normative, procedure e controlli più rigorosi. Se i cittadini non controllano il potere politico – nazionale, regionale e municipale – neppure è possibile un contrasto dei danni ambientali[11]. 

 

I risultati richiedono molto tempo e comportano costi immediati con effetti che non potranno essere esibiti nel periodo di vita di un governo. Per questo, senza la pressione della popolazione e delle istituzioni, ci saranno sempre resistenze ad intervenire, ancor più quando ci siano urgenze da risolvere[12]. 

 

Ciò implica favorire modalità di produzione industriale con massima efficienza energetica e minor utilizzo di materie prime, togliendo dal mercato i prodotti poco efficaci dal punto di vista energetico o più inquinanti. Possiamo anche menzionare una buona gestione dei trasporti o tecniche di costruzione e di ristrutturazione di edifici che ne riducano il consumo energetico e il livello di inquinamento[13].

 

programmazione di un’agricoltura diversificata con la rotazione delle colture. È possibile favorire il miglioramento agricolo delle regioni povere mediante investimenti nelle infrastrutture rurali, nell’organizzazione del mercato locale o nazionale, nei sistemi di irrigazione, nello sviluppo di tecniche agricole sostenibili. Si possono facilitare forme di cooperazione o di organizzazione communitaria che difendano gli interessi dei piccoli produttori e preservino gli ecosistemi locali dalla depredazione. 

 

È sempre necessario acquisire consenso tra i vari attori sociali, che possono apportare diverse prospettive, soluzioni e alternative. Ma nel dibattito devono avere un posto privilegiato gli abitanti del luogo, i quali si interrogano su ciò che vogliono per sé e per i propri figli, e possono tenere in considerazione le finalità che trascendono l’interesse economico immediato. Bisogna abbandonare l’idea di “interventi” sull’ambiente, per dar luogo a politiche pensate e dibattute da tutte le parti interessate. La partecipazione richiede che tutti siano adeguatamente informati sui diversi aspetti e sui vari rischi e possibilità, e non si riduce alla decisione iniziale su un progetto, ma implica anche azioni di controllo o monitoraggio costante[14]. 

 

In ogni modo, se in alcuni casi lo sviluppo sostenibile comporterà nuove modalità per crescere, in altri casi, di fronte alla crescita avida e irresponsabile che si è prodotta per molti decenni, occorre pensare pure a rallentare un po’ il passo, a porre alcuni limiti ragionevoli e anche a ritornare indietro prima che sia tardi (…) è arrivata l’ora di accettare una certa decrescita in alcune parti del mondo procurando risorse perché si possa crescere in modo sano in altre parti[15]. 

 

Non basta conciliare, in una via di mezzo, la cura per la natura con la rendita finanziaria, o la conservazione dell’ambiente con il progresso. Su questo tema le vie di mezzo sono solo un piccolo ritardo nel disastro[16]. 

 

Una strategia di cambiamento reale esige di ripensare la totalità dei processi, poiché non basta inserire considerazioni ecologiche superficiali mentre non si mette in discussione la logica soggiacente alla cultura attuale. Una politica sana dovrebbe essere capace di assumere questa sfida[17]. 

 

Acquistare è sempre un atto morale, oltre che economico[18] Stili virtuosi: dall’acqua, alla plastica, alla raccolta differenziata. L’educazione alla responsabilità ambientale può incoraggiare vari comportamenti che hanno un’incidenza diretta e importante nella cura per l’ambiente, come evitare l’uso di materiale plastico o di carta, ridurre il consumo di acqua, differenziare i rifiuti, cucinare solo quanto ragionevolmente si potrà mangiare, trattare con cura gli altri esseri viventi, utilizzare il trasporto pubblico o condividere un medesimo veicolo tra varie persone, piantare alberi, spegnere le luci inutili, e così via [19].

 

 

Gli ambiti educativi sono vari: la scuola, la famiglia, i mezzi di comunicazione, la catechesi, e altri. Una buona educazione scolastica nell’infanzia e nell’adolescenza pone semi che possono produrre effetti lungo tutta la vita. Ma desidero sottolineare l’importanza centrale della famiglia[20]. 

 

Tutte le comunità cristiane hanno un ruolo importante da compiere in questa educazione. Spero altresì che nei nostri seminari e nelle case religiose di formazione si educhi ad una austerità responsabile, alla contemplazione riconoscente del mondo, alla cura per la fragilità dei poveri e dell’ambiente[21].

 

La sobrietà, vissuta con libertà e consapevolezza, è liberante. Non è meno vita, non è bassa intensità, ma tutto il contrario. Infatti quelli che gustano di più e vivono meglio ogni momento sono coloro che smettono di beccare qua e là, cercando sempre quello che non hanno, e sperimentano ciò che significa apprezzare ogni persona e ad ogni cosa, imparano a familiarizzare con le realtà più semplici e ne sanno godere. 

 

Fermarsi a ringraziare Dio prima e dopo i pasti. Propongo ai credenti che riprendano questa preziosa abitudine e la vivano con profondità. Tale momento della benedizione, anche se molto breve, ci ricorda il nostro dipendere da Dio per la vita, fortifica il nostro senso di gratitudine per i doni della creazione, è riconoscente verso quelli che con il loro lavoro forniscono questi beni, e rafforza la solidarietà con i più bisognosi[22].

 

 

Francesco e l’ecologia moderna

 

    La nozione di «sistema», che ha trovato applicazione in tanti campi del sapere (biologico, antropologico, sociologico, urbanistico, ecc.), è alla base dell'ecologia. Nell'approccio sistemico viene messa in primo piano l'unità, che lega le parti, per coglierne la diversità. In questo approccio il rapporto uomo-ambiente viene visto in una visione unitaria e l'ambiente viene inteso come sistema di rapporti fra le diverse componenti biotiche e abiotiche di cui pure l'uomo fa parte. L'ecologia diventa un nuovo modo di vedere il mondo[23]. È questa l'idea fondamentale che soggiace all'ecologia. Tuttavia, la parte che l'uomo può svolgere nell'ecosistema è molto diversa da quella delle altre specie viventi. La possibilità di intervenire in modo intenzionale e cosciente sull'ambiente, cioè la cultura o attitudine culturale, conferisce all'uomo una peculiarità e una responsabilità che lo differenziano da qualunque altra specie. L'uomo ha infatti la capacità di gestire l'ambiente naturale, che può dipendere anche dalle sue scelte. I processi di adattamento nella specie umana non sono soltanto fisiologici o genetici, ma anche culturali, per cui l'habitat terrestre diventa “ecumenico” per l'uomo e questi ha la possibilità di influenzarlo in modo determinante per il futuro della sua e delle altre specie.

“Sebbene questo particolare rapporto dell'uomo con l'ambiente si sia affermato in modo più forte nella storia recente, fin dagli inizi dell'umanità la competizione della specie umana con l'ambiente non si è realizzata, come per le altre specie, solamente con i geni e i comportamenti fissati dal DNA o dall’imprinting, bensì mediante la cultura. Se gli uomini sono sopravvissuti ai rigori del clima o agli assalti dei predatori è stato grazie agli accorgimenti culturali, in particolare alla tecnologia abitativa, strumentale e alimentare. La capacità progettuale e la comunicazione simbolica, sono espressioni della cultura e, pur essendo fattori extrasomatici, sono intervenuti nel rapporto con l'ambiente e hanno consentito un successo evolutivo alla specie umana. La cultura è stata dunque essenziale per la sopravvivenza dell'uomo”[24].

 

 

Nei lunghi tempi del Paleolitico il tipo di rapporto realizzato con l'economia di caccia e raccolta non ha rappresentato un fattore sconvolgente per l'ambiente naturale, sia per la scarsa densità di popolazione, sia per l'ampia disponibilità delle risorse. Si realizzava un sostanziale equilibrio tra uomo e natura, anche se accompagnata dal sacrificio di molte vite umane in fase di crescita. Nel Neolitico (età della pietra recente, fra il IX ed il IV millennio a.C.), con il passaggio all'agricoltura e all'allevamento, il rapporto cambiò, perché si passò allo sfruttamento intensivo della natura (disboscamento, pascoli, ecc.) anche a scapito di altre componenti dell'ecosistema. Si crearono squilibri nella flora e nella fauna, pur conservandosi alcuni importanti meccanismi omeostatici, come i processi di biodegradazione. Nell'epoca moderna, con lo sviluppo industriale, il rapporto dell'uomo con l'ambiente si è fatto critico. L'invenzione e l'uso della macchina, la meccanizzazione dell'agricoltura e l'uso delle biotecnologie (fertilizzanti chimici, pesticidi, ecc.), oltre a richiedere un largo consumo di energie non rinnovabili (carbone, petrolio), producono come effetti collaterali l'inquinamento dell'ambiente (terrestre, atmosferico, acquatico)[25].

Nella situazione attuale alcuni aspetti rendono particolarmente emergente il problema: l'accelerazione delle innovazioni tecnologiche e la loro facile estensione su scala mondiale, le ripercussioni degli effetti dannosi in territori anche lontani, le possibili conseguenze per le future generazioni. Nel rapporto Popolazione e risorse della Pontificia Accademia delle Scienze (1991) si osserva: «nel secolo XX le trasformazioni si sono accelerate a ritmi sempre più rapidi. Per la prima volta i cambiamenti globali sono diventati più brevi della vita di un uomo e anche dell'intervallo tra due generazioni [...]. E le conseguenze di quello che facciamo oggi possono farsi sentire per tempi lunghissimi». Il degrado ambientale, recando squilibri nell'ecosistema, può rendere problematica e critica la vita dell'uomo e la stessa sopravvivenza della sua specie. Le implicazioni etiche si connettono, oltre che al possibile uso irrazionale delle risorse, a una “cultura” dell'ambiente, cioè a una mentalità che ne ispiri rapporti corretti e responsabili. Giustamente è stato osservato che la crisi ecologica, conseguenza di un cattivo rapporto dell'uomo con l'ambiente, è prima di tutto una crisi di cultura (cfr. White, 1967), una crisi della concezione di vita, del modo con cui l'uomo vive il suo rapporto con la natura e con i suoi simili, caratterizzato finora da un atteggiamento di dominio-sfruttamento delle risorse della natura. Occorre pertanto sviluppare una coscienza comune e un'educazione al senso di responsabilità verso le future generazioni. Queste esigenze rientrano nel campo dell'etica che preferiamo qui chiamare «etica dell'ambiente o ambientale», anziché «etica ambientalista», in sintonia con quanto si legge nell'importante documento del Comitato Nazionale per la Bioetica, Bioetica e ambiente (1995). L'etica ambientale rientra dunque nella bioetica, perché riguarda la vita e la condotta dell'uomo in ordine all'ambiente naturale e umano.

I principali temi su cui concentrare particolarmente l’attenzione al presente. In ordine alle future generazioni, taluni fenomeni derivanti dalle odierne scelte dell'uomo assumono grande rilevanza. Vogliamo qui brevemente richiamarne alcuni fra i più importanti.

Il primo di essi riguarda certamente il “deterioramento dell'ambiente”. Tanto l'ambiente fisico come quello biologico stanno subendo un forte deterioramento per gli interventi messi in atto dall'uomo. Ogni anno si estinguono migliaia di specie animali e vegetali, specialmente a causa della deforestazione. Questo impoverimento della biodiversità è una perdita per l'ecosistema e rompe gli equilibri esistenti tra le diverse componenti.  Le cause e gli effetti della contaminazione atmosferica sono però ben noti. 

La combustione dei carboni fossili e del petrolio porta all'aumento di anidride carbonica nell'atmosfera. A ciò si lega il cosiddetto «effetto serra» per cui si ha un surriscaldamento della superficie terrestre. Si deve poi ricordare l’immissione di metano e clorofluorocarburi che si formano con l'uso delle moderne apparecchiature industriali, di elettrodomestici e di prodotti voluttuari in commercio, che determinano una riduzione dell'ozono negli strati alti dell'atmosfera — comunemente nota come il «buco di ozono» — e quindi della sua funzione protettiva dai raggi ultravioletti di origine solare[26]. 

 

“L’inquinamento delle acque, soprattutto per l'uso di fertilizzanti e di pesticidi, ha portato all'ipertrofizzazione dei mari e a squilibri nella catena alimentare nei laghi e nei mari chiusi (alcuni, come il lago di Aral, vengono considerati biologicamente “morti”), mentre l'aumento del biossido di zolfo nell'atmosfera, unito ad altri composti, ha dato luogo al fenomeno delle piogge acide, gravemente dannose alla vegetazione, alla fauna e anche agli edifici. Non meno preoccupante è l'inquinamento determinato da agenti chimici mutageni e/o cancerogeni, derivanti sia da prodotti di combustione, sia dall'uso di additivi alimentari e di cosmetici, sia dalle radiazioni conseguenti a esplosioni nucleari che, fino a qualche anno fa, si sono avute in alcune regioni dell'America, della Polinesia e dell'Asia centrale. Pur mancando precisi dati epidemiologici, se ne conoscono alcuni effetti a livello genetico e cromosomico, oltre al corrispondente aumento dei tumori. Si tratta di un potenziale dagli effetti non prevedibili, in quanto possono manifestarsi anche a distanza di tempo”[27].

 

 

 

Un secondo elemento di preoccupazione è costituito dal rapido “sviluppo delle biotecnologie”. Anche questo sviluppo comporta non pochi rischi per l'uomo di oggi e per le future generazioni. L'indiscriminato ricorso all’ingegneria genetica nel campo dell'agricoltura e della microbiologia può avere conseguenze nella formazione di organismi transgenici e di nuovi ceppi di virus non controllabili, che potrebbero turbare l'equilibrio del nostro ecosistema. Né possono essere ignorate le potenzialità di modificare il genoma umano anche su larga scala o di intervenire con la selezione di esseri umani forniti di particolari qualità, ad esempio mediante il ricorso alla clonazione[28]. fotinoaurelio.myblog.it/2008/02/25/luomo-e-lambiente

Siamo inoltre di fronte ad un “impoverimento delle risorse naturali”. Esso è specialmente grave per quelle risorse non rinnovabili, come lo sono il petrolio e i carboni fossili. Nei paesi industrializzati aumenta continuamente il consumo di energia, dovuto in parte alla soddisfazione di bisogni non più legati alla sussistenza, ma di tipo produttivo o voluttuario. Per questa ragione l'attuale fase del rapporto con l'ambiente viene chiamata «fase ad alta energia», perché caratterizzata da un elevato consumo di energia extrasomatica e quindi da un notevole incremento del “tecnometabolismo”[29].

Un discorso a parte merita infine un ulteriore tema quello rappresentato dallo sviluppo demografico della popolazione umana. Le estrapolazioni medie prevedono per il 2020 una popolazione mondiale poco superiore agli 8 miliardi di abitanti. L'incremento di circa due miliardi rispetto alla popolazione attuale (stimata nel 2000 attorno ai 6 miliardi) interesserebbe per circa il 95% i Paesi in via di sviluppo e dovrebbe concentrarsi per quasi 3 miliardi nelle aree urbane. L'urbanizzazione comporta una serie di stress da vari punti di vista (fisiologico, psicologico, sociale, stile di vita), oltre che un rischio per l'inquinamento dell'ambiente. Il panorama si presenta però complesso. Ad un aumento demografico, dovuto essenzialmente alla diminuzione della mortalità nell'infanzia e in età adulta, si affianca la diminuzione della natalità soprattutto nei paesi più industrializzati, secondo una fase di “transizione demografica” che, dai paesi europei, si estenderà ai paesi in via di sviluppo[30].

 Oggi le situazioni appaiono molto diversificate. Vi sono paesi con forte incremento demografico e paesi caratterizzati da un notevole calo demografico. In questi ultimi è fortemente diminuito il tasso di fecondità ed è aumentata sensibilmente la speranza di vita. Nei paesi europei l'allungamento della vita sarà accompagnato da un processo di invecchiamento nella popolazione. Se a ciò si aggiunge la diminuzione delle nascite, sono prevedibili squilibri nella struttura della popolazione con possibili ripercussioni sul piano riproduttivo oltre che assistenziale, e anche conflitti generazionali nella ripartizione delle risorse. Sempre per l’Europa un elemento di notevole importanza è rappresentato dal crescente fenomeno migratorio specialmente di extracomunitari.

Dal punto di vista del rapporto fra l’uomo e l’ambiente, il tema demografico si presenta però con dei caratteri certamente originali. Sarebbe riduttivo e scientificamente inesatto considerare l’aumento di popolazione semplicemente una fonte di inquinamento o un mero elemento di squilibrio territoriale. Lo sviluppo della popolazione è anche fonte di risorse e di potenzialità che possono interagire costruttivamente con l’ambiente, purché esse siano orientate in modo organico ed illuminato, in accordo con quel “produrre cultura” che ha garantito fin dall’inizio la sopravvivenza e l’adattamento della specie umana. Ma per questo occorre una responsabilità di respiro planetario, globale. All’interno della scienza demografica — e dunque come contributo alla peculiarità di tutta la tematica — vanno poi tenute presenti sia la difficoltà del computo delle proiezioni (cfr. Myers e Simon, 1994), sia la pluralità di correnti di pensiero demografico, il cui rapporto con i dati non è sempre obiettivo, condizionandone la loro interpretazione e le misure da adottare[31]. 

 

Tre le grandi sfide di oggi, infatti, che incombono sul futuro dell’umanità, con complicazioni economiche e sociali che condizioneranno il progresso stesso, vi è quella del rapporto dell’uomo con l’ambiente naturale che lo circonda[32]. 

         

Non è a tutti evidente, ma l’ideologia ecologista si oppone in modo radicale alla concezione di Dio, dell’uomo e del creato proposta dalla Genesi. Gli ambientalisti considerano inadeguato, arcaico, prepotente, troppo antropocentrico, razzista contro le altre specie, il modello proposto dalla Genesi, e al contrario propongono di passare ad una visione biocentrica. All’uomo vertice del creato vorrebbero sostituire cioè l’immagine dell’uomo cittadino “biotico”[33]. Essi chiedono di mettere in discussione la concezione dominante secondo cui solo l’uomo avrebbe una personalità giuridica e per far questo cercano di frantumare la figura di uomo come signore del creato.

 

In  questo modo l’uomo non è più l’unico soggetto di diritto ma un elemento fra gli altri, secondo gli ecologisti, il meno simpatico, ed anche il più rapace. Il Presidente del Club di Roma Aurelio Peccei dichiarava: “L’uomo è un refuso sfuggito al controllo della selezione immediata”[34].

 

Dal punto di vista filosofico, i promotori di questo progetto esigono il riconoscimento di uno “status giuridico” per gli animali, le isole, le foreste, le rocce, gli insetti e persino dei virus. L’ecosistema assume quindi un valore intrinseco superiore a quello dell’umanità identificata come una specie nociva. In questo modo si crea una nuova scala di valori dove flora, fauna e biosfera vengono indicati come “esseri” più sensibili degli uomini. Questo paradigma culturale sostiene il relativismo morale ed un nichilismo antiumano. Più che amore per la natura, si evidenzia una intolleranza verso il genere umano e le sue attività.

 

L’impellenza del problema nasce dalla grave crisi ecologica che sta allarmando tutte le coscienze più mature. Le parole dei profeti dell’Antico Testamento sembrano essere terribilmente attuali: su tutta la terra, grida Geremia, «per la malvagità dei suoi abitanti, le fiere e gli uccelli periscono» (Ger 12,4); «Il giardino è divenuto un deserto» (Ger 4,26). «È in lutto, languisce la terra» proclama Isaia. «La terra è stata profanata dai suoi abitanti; perché essi hanno [...] infranto l’alleanza eterna. Per questo la maledizione divora la terra, i suoi abitanti ne scontano la pena» (Is 24,4-7). 

 

 

 

[1] M.P. FAGGIONI, op.cit.

[2] Cf. L. WHITE jr., The Historical Roots of Our Ecological Crisis, in “Science” 155 (1967), pp 1203-1207.

[3] Cf. M.P. FAGGIONI, op.cit.. 

[4] Cf. Laudato si’, #169, pp 153-154.

[5] Cf. Laudato si’, #171, p 155.

[6] Cf. Ibid, #172, p 156.

[7] Cf. Ibid, #173, pp 156-157.

[8] Cf. Laudato si’, #175, p 157-159.

[9] Cf. Ibid, #174, p 157.

[10] Cf. Ibid, #179, pp 161-162.

[11] Cf. Ibid

[12] Ibid, #181, pp 163-164.

[13] Ibid, #180, pp 162-163.

[14] Ibid, #183, pp 165-166.

[15] Ibid, #193, pp 173-174.

[16] Ibid, #194, pp 174-175.

[17] Ibid, #197, pp 177-178.

[18] Ibid, #206, p 186.

[19]  Ibid, #211, pp 189-190.

[20]  Ibid, #203, pp 183-184.

[21] Ibid, # 14, p 192.

[22] Ibid, #227, pp 202-203.

[23] Cf. E. DELÉANGE, Storia dell'ecologia, CUEN, Napoli 1994. 

[24]F. Facchini, L’uomo e l’ambiente: in  http://disf.org/ecologia (19/4/2016).

[25] Ibid

[26] Cf. disf.org/ecologia(12/06/2016).

[27] E. Larghero, G. Zeppegno (a cura di), Dalla parte della vita, itinerari di bioetica II, Effetta editrice, Cantalupa (Torino),  2008, p 246. 

[28] Cf. www.fotinoaurelio.myblog.it/2008/02/25/luomo-e-lambiente (26/05/2016).

[29]Cf.  F. Facchini, Op.cit. http://disf.org/ecologia (25/5/2017).

[30] Cf. www.fotinoaurelio.myblog.it/2008/02/25/luomo-e-lambiente (26/05/2016).

[31] Ibid

[32]Cf.www.casinapioiv.va/content/dam/accademia/pdf/vari/SalvaguardiaDelCreato.pdf (12/06/2016).

[33] S. MAFFETTONE, “Valori comuni”, il Saggiatore Milano, 1989 dove si afferma: “La rivoluzione metafisica consisterebbe così proprio nel venire meno di questo antropocentrismo, sostituendolo con una soggettività più ricca di quella umana, qualcosa come la comunità bionica nel suo complesso”.

[34] A. PECCEI, Cento pagine per l’avvenire, Mondadori, Milano, 1981.  

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